Nel panorama del cinema balcanico del primo dopoguerra, l'anno 1932 rappresentò un momento cruciale e singolare per la cinematografia del Regno di Jugoslavia. Una legge che regolamentava la distribuzione cinematografica, imponendo almeno il quindici percento di produzioni domestiche nei repertori delle sale, determinò un incremento straordinario nella produzione nazionale. In quell'anno furono realizzati ben trecentoventisei film, un numero superiore alla totalità delle produzioni balcaniche fino a quel momento. Fu proprio in questo contesto effervescente che un giovane pioniere del cinema, fino ad allora operante come direttore della fotografia, realizzò il suo primo lungometraggio dando vita a quello che sarebbe divenuto, nel giudizio unanime della critica successiva, il più grande film muto jugoslavo e la più ambiziosa produzione cinematografica serba dell'anteguerra.
Mihajlo Al. Popović, nato a Belgrado nel 1908, aveva intrapreso studi commerciali prima di dedicarsi al cinema con profonda passione. La sua carriera era iniziata con documentari, per poi passare alla direzione della fotografia in opere come "Kroz buru i oganj" (Attraverso la tempesta e il fuoco) di Ranko Jovanović e Milutin Ignjačević. Nel 1930 fu tra i fondatori dello Yugoslav Film Club, istituzione culturale che avrebbe svolto un ruolo fondamentale nello sviluppo del linguaggio cinematografico nazionale. Dopo aver fondato il proprio studio di produzione, la M.A.P. Film, Popović compì a soli ventiquattro anni il salto dalla narrazione teatrale convenzionale a una forma di espressione cinematografica genuinamente innovativa, dimostrando una padronanza del linguaggio visivo che lo avrebbe posto, secondo critici successivi, accanto a maestri come Carl Theodor Dreyer e Andrej Tarkovskij.